CAREZZE. Il bisogno di riconoscimento in Analisi Transazionale

wednesday 01 february 2017 at 10h40

Categorie : autostima

Nel linguaggio quotidiano per carezza intendiamo una manifestazione fisica di affetto; una forma di comunicazione attraverso il canale fisico, che generalmente sortisce un effetto di piacevolezza.

 Molti ricercatori hanno osservato come l'accudimento fisico affettivo sia fondamentale per lo sviluppo psicofisico del neonato, alla pari di altri bisogni fondamentali (sonno, fame, pulizia) tanto da essere anch'esso vitale per la sopravvivenza fisica. Crescendo questo bisogno permane e si trasforma nel bisogno di altri stimoli verbali o non verbali che danno il senso di essere visti. L'Analisi Transazionale ha approfondito questo aspetto, parlando di fame di stimoli  e di carezze

Che cosa si intende per carezza in Analisi Transazionale?

 Berne utilizza il termine stroke, letteralmente colpito, per indicare un'unità di riconoscimento  e fa riferimento al bisogno di stimolazione fisica e mentale che ognuno di noi ha. Carezza è, infatti, ogni scambio comunicativo, verbale o non verbale, che comporta una certa dose di emozione. Ad esempio un saluto è un semplice stimolo che ci dà il senso di esistere, di esserci al mondo.

Altri esempi sono un sorriso, un abbraccio, un complimento, ma anche una critica o un rimprovero. Infatti, le carezze possono essere sia positive, e dare un senso di piacevolezza, che negative ed essere avvertite come spiacevoli. Tuttavia, le carezze negative non sono necessariamente cattive, poiché possono darci un'informazione su come stare al mondo.  Ad esempio: non mi piace che guardi il cellulare mentre siamo a cena, è una carezza negativa rivolta a un comportamento dell'altro con lo scopo di regolare la relazione e la comunicazione in quel momento. È necessario quindi fare un'altra distinzione, cioè tra carezze condizionate, rivolte al fare, e carezze incondizionate, rivolte a ciò che siamo. Quando una carezze negativa è condizionata può quindi essere costruttiva, mentre quando è incondizionata (es. ti odio) l'altro avverte una grande intensità di spiacevolezza. Infine, le carezze possono essere rivolte all'esterno, verso qualcuno, o a se stessi; possono essere manipolatorie e non sincere, carezze di plastica, o finte. 

Ognuno di noi ha le proprie preferenze su quali tipi di carezze dare o ricevere, come se avessimo un quoziente preferito di carezze e filtriamo quelle che sono o meno in sintonia con questo quoziente. Vi capita mai di sentire disagio nel ricevere un complimento e quindi banalizzarlo? Molto probabilmente state applicando un filtro, per cui vi è difficile accogliere carezze positive. Inoltre, Claude Steiner parla di economia di carezze, cioè applichiamo delle regole attraverso le limitiamo lo scambio di carezze.  Questi filtri e limiti si apprendo all'interno delle nostre relazioni significative o all'interno del proprio contesto socio - culturale. Ad esempio, fa parte della nostra cultura limitare le carezze che rivolgiamo a noi stessi, tanto che spesso quando invito una paziente a rivolgersi una carezza positiva, la risposta più comune è: non voglio sembrare presuntuoso

In conclusione il modo con cui negli anni dello sviluppo riceviamo tali riconoscimenti, determinerà la nostra soddisfazione futura, come proviamo piacere, come recepiamo le carezze che ci vengono fatte o che rivolgiamo agli altri. Questo bisogno è inoltre importante per la propria autostima poiché è attraverso il riconoscimento dell'altro che ci costruiamo l'immagine di noi stessi. Tuttavia, questi meccanismi sono del tutto inconsapevoli. Per questo motivo può essere utile divenire consapevoli su come diamo e accogliamo carezze, su come facciamo presente i nostri bisogni, su come ci prendiamo cura di noi stessi, su come nutriamo questa fame di stimoli. 

Dott.ssa Valentina Tulisso - Iscritta all'Albo degli Psicologi del Friuli Venezia Giulia - n. 1472- P.I. 02745410304